Serie in poche righe – S02E02

Riassunto delle puntate precedenti della stagione 2:

Impressioni altalenanti per il gruppetto di serie di questa seconda puntata di “Serie in poche righe”: tra alti e bassi si va dal “Wow!” al “Meh…” al “Bleah!” in volata. Per l’occasione butto nel mucchio qualche serie in più delle solite 5/6 che hanno riempito le precedenti puntate, data la quantità di arretrati da smaltire, e mi sforzo di essere più sintetico (altrimenti dovrei cambiare il titolo in “Serie in molte righe”, no?). E allora Allons-y!


Vinyl (S01, cancellata)

Vinyl logo picture.jpgPartiamo bene per darci coraggio con Vinyl, ambientata nella musica, splendida, degli anni ’70 e prodotta da nientepopodimenoche Martin Scorsese e -udite udite!- Mick Jagger. Sospetto che soprattutto il sempreverde leader degli Stones abbia avuto un bel po’ di storie di prima mano da raccontare per arricchire la trama. Sex, drugs and rock ‘n’ roll anni 70, quindi, e di “drugs” ce ne sono effettivamente parecchie ed in quantità, usate molto liberamente anche come normale “aiuto” per la produttività sul lavoro.

Ahimè solo una stagione, causa cancellazione da parte di HBO per motivi di budget, ma consiglio comunque vivamente di vederla.

La storia in breve: Richie Finestra è il fondatore di una etichetta discografica (la “American Century Records”) ora in difficoltà. Dapprima vorrebbe venderla, poi decide di provare a risollevarla. Tutto lo staff della American Century si dà quindi da fare in qualunque modo possibile per tenere a galla la casa discografica: rincorrere grandi artisti da mettere sotto contratto, scoprire nuovi talenti e nuovi generi musicali. E fare baldoria a base di alcool, droga e sesso, ovviamente.

Richie è tanto bravo a motivare i propri collaboratori/amici, quanto a manipolarli ed a farsi valere a forza di sfuriate (supportate se non provocate da qualche “pista” – ci siamo capiti). Alla fine tutti però si spendono per la causa e per salvare il proprio lavoro! Intrecciate con le vicende lavorative di Richie, ci sono le sue vicissitudini matrimoniali: le sue dipendenze da droga e alcool, unite ad un carattere già non facile, minano gravemente il suo matrimonio.

Per quanto detto fin qui, Vinyl potrebbe sembrare una continua parata di drogati ed ubriachi, ma questo sarebbe un giudizio parziale e superficiale. Il vero fascino della storia, soprattutto per gli appassionati di musica di quel periodo, sta nell’ambientazione nella fervente scena musicale degli anni ’70: accanto al rock  dei grandi gruppi (i Led Zeppelin, per citarne solo uno di quelli richiamati nella serie) cominciano a sorgere la disco e la black music. Vinyl, attraverso le vicende dei “talent scout” della American Century Records di Richie Finestra, trasmette proprio l’amore per la musica, la sensazione viscerale di energia che un bravo artista sa trasmettere. E quel bravo artista va subito messo sotto contratto! Incidentalmente, poi, artisti e non dell’epoca facevano abbastanza dichiaratamente uso di droghe. Avremmo avuto oggi la musica che ancora ascoltiamo a distanza di 40/50 anni senza quello stile di vita sregolato e quel fermento creativo? Pur non volendo giustificare tossicodipendenze pesanti ed alcolismo, forse no, o non del tutto e Mick Jagger magari oggi sarebbe un anziano signore che va a cantare alle feste di paese.


Fargo (S01/02)

La prima stagione di Fargo mi ha lasciato inizialmente un pochino tiepido, il che è già un risultato vista l’ambientazione gelida degli episodi (due paesucoli nel nord degli Stati Uniti, in pieno inverno): mi sembrava di vedere, di fatto, una versione allungata del film. Non si tratta invece di somiglianza della storia ma solo di “marchio di stile” riconoscibile dell’omonimo film, citato con la prevedibile quantità di easter eggs (che io regolarmente non noto, però mi documento!). La seconda stagione mi ha invece convinto fin da subito: avvincente, articolata, ben dosata nell’alternanza del ritmo.

Entrambe le stagioni (due film, di fatto, spezzati in episodi) sono tratte da storie vere di crimini e relative indagini, dunque senza continuità e con cast completamente diversi. Grazie al maggior tempo a disposizione è possibile, meglio che in un film, raccontare anche dettagli e vicende secondari ma comunque utili a caratterizzare i personaggi principali e buona parte dei comprimari. Dunque nessun spoiler, manco a volerlo fare apposta!

La scelta poi di raccontare storie vere, con poche o nessuna sottotrama “orizzontale” (cioè per episodio), garantisce agli spettatori una visione globale articolata eppure agevole da seguire.

Terza stagione in arrivo e noi già siamo qui, al freddo, ad aspettare. Sì, m’è piaciuta parecchio!


The last ship (S01/02)

Premetto: qui taglio corto anzi, affondo subito questa serie per un certo numero di validi (secondo me) motivi. Un po’ mi dispiace pure perché “The last ship” aveva delle potenzialità: ambientazioni suggestive, maestose navi da guerra, indomiti marinai di ogni ordine e grado, uno spruzzo di cospirazione ed apocalisse batteriologica.

Peccato però che questi elementi favorevoli siano impastati con militaresco e stucchevole patriottismo, tipici atteggiamenti fastidiosamente rigidi e religiosità da parrocchietta di provincia. Insomma, tutti fedeli ai grandi Stati Uniti d’America, al più alto in grado di turno e a Dio che ci protegge in battaglia, visto che siamo i giusti e combattiamo per il bene comune e del nostro meraviglioso paese. Stereotipato, banalissimo, tanto rimarcato da risultare finto, poco credibile. Ok, mettiamoci anche che i Russi sono sempre quelli cattivi, in mancanza di idee più brillanti. E il capitano? Il capitano ha sempre ragione, anche quando spara quelle che appaiono come colossali ca…nnonate: e dunque, “con il dovuto rispetto“, lo si segue seppure riluttanti per doversi poi sorbire il suo smagliante sorriso finale del “Te l’avevo detto che ce l’avremmo fatta!“.

Ciononostante… tante serie a mio giudizio più valide sono state interrotte, ma non questa, che si è assicurata almeno la terza stagione. Io però l’ho già abbandonata alla deriva, tanta la noia che mi ha colto: ci ha messo quasi una stagione intera, mi ha illuso ed io mi sono fatto coraggio per arrivare a fine della seconda crociera degli irreprensibili e coraggiosi marinaretti. E poi basta, li ho silurati senza rimpianti.

Se volete un consiglio, circumnavigate questa serie facendo rotta per lidi migliori.


Marco Polo (S01/02, cancellata)

Che cosa ho appena scritto? Tante belle serie cancellate mentre altre proseguono pur non meritando più neanche un episodio; questione di gusto personale, certamente, però ci si rimane male. Marco Polo è stata cancellata dopo 2 stagioni decisamente interessanti, per il fascino delle ambientazioni e di alcuni personaggi in particolare, Kublai Khan in testa (oh, d’altronde è il capo di tutta baracca!). La storia è, come si dice in questi casi, “liberamente tratta” da Il Milione ovvero le cronache della lunghissima permanenza di Messer Marco Polo in Estremo Oriente. Ora, quanto “liberamente” la storia originale sia stata adattata non posso dirlo con certezza: la lettura de “Il Milione” c’è stata di sicuro, ma in remote epoche liceali (magari posso rinfrescarmi la memoria su LiberLiber).

Non mi pare proprio di ricordare però Marco Polo un po’ ninja e un po’ mandrillo. Nel complesso però anche queste caratteristiche, inserite ad arte per rendere il giovane Marco protagonista sia dell’azione più concitata in battaglia sia degli intrighi di palazzo, ci stanno bene.

Il personaggio di Kublai Khan domina la scena, vero motore della storia: saggio, intelligente, spietato, valoroso ma in definitiva pur sempre un uomo, che può commettere errori a volta anche tragici. Il suo rapporto con il giovane Polo è travagliato ed altalenante, sciogliendosi definitivamente proprio nel finale della seconda ed ultima stagione. Finale che preluderebbe a tanti altri sviluppi, che purtroppo non ci sarà dato conoscere: il pubblico sovrano ha decretato il fallimento (ovvero: i produttori ci hanno rimesso soldi/non hanno ricavato quanto prevedevano).

Quel che conta sapere è che va seguita con interesse la maturazione di Polo, la sua intelligenza e forza nel porsi di fronte al potente Khan dei Khan (e nel mito del nonno Gengis) ed a tutta la sua corte guadagnandosene la fiducia. Fanno da cornice alla storia i paesaggi sterminati e aspri della “finta Mongolia” (il Kazakistan, in realtà) e qualche sprazzo di Italia, ovviamente.

In conclusione, malgrado Marco Polo sia sopravvissuto ai soldati dell’Imperatore cinese per poi cadere sotto la scure degli spettatori, mi sento di consigliarne la visione. E starà a voi immaginare un finale.


Fear the walking dead (S01/02)

Allora… non è che ‘sta serie sia fatta (particolarmente) male. C’è un po’ di azione, storie intrecciate, discreta caratterizzazione dei personaggi (niente di che, ma onesta), etc. etc… “Ma”. MA. MA!

C’è un grandissimo “MA” che si trascina con passo ondeggiante da zombi sin dalle primissime puntate: “Fear the walking dead” è un prequel a “The walking dead”, trasmesso quando ormai quest’ultima era già piuttosto avanti, con vicende e personaggi ben delineati. Con questa premessa, già capite dove si va finire. E ovviamente, dove va a finire FTWD.

In sintesi: ci sono i primi zombi magnapersone. La ggente comincia a proteggersi, poi a farsi i primi problemi morali (“Che faccio, l’ammazzo? Tecnicamente è pure già morto… Dovrei dire che lo ri-ammazzo…“), a scappare ed a diventare cinica, cattiva e spietata pur di salvare la pellaccia.

In estrema sintesi: serie pleonastica. Chi seguiva già TWD non ci troverebbe nulla di nuovo, chi non seguiva TWD si spoilera qualcosina. Personalmente salverei solo il personaggio di Nick Clark, per la sua interessante parabola di evoluzione da tossicomane a combattente per la sopravvivenza. Non mi dilungo oltre. Ci sarà una terza serie, che evidentemente non vedrò manco morto (o semi-morto).

Illuminante il commento di una critica televisiva ‘mmeregana (Melissa Maerz di Entertainment Weekly), riportato da Wikipedia:

“Le serie sugli zombie si comportano esse stesse come degli zombi. Una volta che ne vedi una, puoi scommettere che ce ne saranno altre. […] E in questo momento la AMC si aspetta che i fan si comportino come degli zombie e consumino qualsiasi cosa venga data loro”

Game, set, match. Ciao. Lasciate perdere. CE…RVE…LLOOOOHHH… (che mancava ai produttori).


X files (S10, conclusa)

Operazione nostalgia per questo ritorno / finale (?) delle avventure di Fox Mulder e Dana Scully, in una compatta miniserie. Li abbiamo amati e seguiti quando, negli anni ’90, andavano a caccia di alieni, stranezze, complottini e complottoni orditi magari dall'”Uomo Che Fuma”, con un occhio al poster “I want to believe”: un pezzo forte della cultura pop. Lui, un po’ imbolsito dagli anni, sembra quasi aver rinnegato tutte le sue precedenti convinzioni fatte di cospirazioni, poteri paranormali e alieni grigi. Lei, che è invece ancora un bel donnino con il suo perché, pare aver abbracciato finalmente le tesi dello storico collega. L’inversione di ruoli dura giusto il tempo di pronunciare la parola “Alieni”.

Ho seguito questi nuovi episodi proprio per nostalgia della serie originale e devo dire che non sono del tutto convinto del risultato finale. Mi aspettavo, certamente, il prosieguo di quanto visto negli anni ’90, ma evidente gli anni passati hanno richiesto degli aggiustamenti.

Nel complesso la serie ha un tono un po’ più “leggero”, quando non addirittura demenziale, come nell’episodio “La lucertola mannara”, che vi lascio scoprire in tutto il suo splendore. Mulder & Scully sono sempre loro, ci sono richiami al loro recente passato, drammi familiari, casi irrisolti ed il classico campionario di stranezze che ti aspetti da X-Files. Ecco, il punto potrebbe proprio essere che, puntata dopo puntata, è cresciuta la sensazione di non potermi aspettare niente di nuovo rispetto a quanto visto nel “vecchio” X-Files ed anche in altre decine di serie e film che nel frattempo sono stati prodotti.

Il finale oltretutto sembra lasciare ulteriormente aperta la storia: sarà così? E se sì (non lo deciderò io!) sarà davvero il caso di proseguire?

Giudizio finale incerto: minestra riscaldata sì, ma servita in un disco volante.


Falling skies (S03/05, conclusa)

Strano destino ha riservato la TV italiana a “Falling skies“: avevo scritto in una delle prime puntate di Serie in poche righe, nel lontano 2014, delle prime due stagioni e dell’attesa della terza. Purtroppo l’attesa è dovuta durare a lungo perché, per motivi a me ignoti, la trasmissione in Italia della stagione 3 (e di conseguenza delle successive 4 e 5) è avvenuta con ben 3 anni di ritardo. Tant’è che mi ero rassegnato a non conoscere mai il destino di Tom Mason e famiglia, della 2a Massachussets e della Terra tutta, pensando addirittura che la serie fosse stata cancellata come tante altre e quindi lasciandola cadere nel dimenticatoio.

Intanto, invece, Tom era vivo e combattivo come l’avevo lasciato, pronto a spezzare zampette di viscidi skitter e, all’occorrenza, a fare la festa anche a qualche Supremo. Lo dico subito: se non avete visto Falling Skies, questa è un’ottima occasione per un binge watching dalla prima all’ultima puntata. La serie, sì, mi è piaciuta: innanzitutto i personaggi sono tanti e ben delineati, così da rendere bene le dinamiche di un gruppo sociale che lotta per mantenere un minimo di struttura civile. Nel corso delle stagioni c’è poi un crescendo di difficoltà che i poveri terrestri si trovano ad affrontare: dalle guerriglie urbane agli attacchi pesanti contro i nemici alieni, dalle battaglie vinte (anche grazie a qualche aiuto di altri alieni buoni!) alle pesanti sconfitte.

Il lieto fine è prevedibile e in qualche modo classico: “attacco al castello” e non aggiungo oltre perché sarebbe un peccato. Il rischio di scadere nel patriottismo stereotipato all’americana (vedi “The Last Ship”) è dietro l’angolo, con tutto il senso di unione e volontà di rifondazione della nazione che guida i combattenti, ma fortunatamente rimane entro limiti accettabili. Non a caso avevo messo Falling Skies tra le serie “sociali”; nelle puntate finali oltretutto il desiderio di rivalsa e di ritorno alla società civile si allarga finalmente a tutto il mondo. Ovviamente la battaglia più importante non può che combattersi su suolo americano (un po’ come dire che i mostri combattuti dai robottoni giapponesi attaccano sempre Tokio), malgrado ogni angolo della Terra sia invaso dai cattivoni. Tralascio l’inserimento, secondo me fuori luogo e non del tutto riuscito, del tentativo alieno di lavaggio del cervello stile nazista.

E ora parto con un trip complottista: che Tom Mason sia il protagonista è ormai chiaro, no? Che a lui (e non solo) si opponga spesso un tale John Pope ancora non l’avevo detto. Dunque un Mason (massone), fedele alla sua linea, seguito dal popolo, appoggiato dall’amico militare (colonnello Weaver) e dalla moglie medico (Anne Glass), contro un Pope (papa), che vuole spesso fare di testa propria, disposto a tradire ed a fare i propri interessi nella peggior maniera possibile, bramoso di un potere che non riesce a raggiungere proprio a causa di Mason. Alla fine Mason trionfa e Pope ci lascia le penne. Che dite, è un’ipotesi un po’ troppo esile?


Vi lascio con un avvertimento/minaccia: spero di riuscire a trasmettere quanto prima un altro episodio di Serie in poche righe, perché ho troppi arretrati! La macchina delle serie non si ferma mai: ci sono nuove stagioni in arrivo, finali da vedere e vecchie serie da recuperare. È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Alla prossima!

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