Linux parla italiano: recensione di SalentOS 14.04

Salentu, lu sule, lu mare, lu ientu“… e l’Ubuntu: stavolta Linux parla italiano con un leggero (?) accento leccese per la prova di SalentOS 14.04.3, basata sulla corrispondente versione e “point release” di Ubuntu. Gabriele Martina e Rosario Ciotola mi hanno già dato qualche indicazione sulla loro “creatura”, che è il momento di andare ad esaminare.


Informazioni in breve

Edizione Basata su WM Architetture
disponibili
Dimensioni
ISO
SalentOS light
Ubuntu LTS 14.04 Openbox x86 32bit
x86 64bit
596.4 MB
603.5 MB
SalentOS full Ubuntu LTS 14.04 Openbox x86 32bit
x86 64bit
743.7 MB
823.2 MB

Qui c’è da scegliere tra edizione light e full, ovvero una distro tutta da “attrezzare”, con solo un editor di testo ed il browser installati, oppure già fornita del parco software scelto dal team di SalentOS. Io ho provato quest’ultima, che dovrebbe essere la scelta più usuale per gli utenti finali, nella versione a 64bit. Solita considerazione per l’hardware attempato: solo la light sta in un CD, mentre la sorella maggiore necessita di DVD/USB avviabile o altri magheggi a scelta.

Pronti? Si parte per il Salento (seee… magari!).


Sessione live

SalentOS_1_boot

SalentOS: lu plymouth!

La “genesi” di SalentOS è evidente sin dal primo istante, con il peculiare violetto a pallini di plymouth appena appena diverso dall’originale. Non che questo sia un aspetto fondamentale: è solo per mettere in chiaro che SalentOS arriva dalla Puglia passando per il Sudafrica.

E tutto d’un tratto, il cubetto simbolo della distribuzione ci avverte danzando che stiamo per entrare nel vivo.

SalentOS: boot animation

Prima di installare, una rapida occhiata all’impegno di risorse della live: 234 MB occupati per la tipica configurazione Openbox + tint2 + volumeicon + NetworkManager. Buono l’assortimento di lanciatori proposti sul pannello, che copre praticamente tutte le necessità dell’uso quotidiano. Buona anche l’idea di includere nella lista una scorciatoia al menu programmi (con il logo della distribuzione) per rendere più user-friendly il primo approccio ad Openbox: una rapida ricerca in rete con “openbox menu tint2 launcher” vi svelerà l’arcano, se proprio non potete aspettare di avere SalentOS sotto mano. Grafica sobria e gradevole con il tema Adwaita e le icone Faenza, tempo bello, campo in ottime condizioni, spettatori 20.000, arbitra il signor Cazzabubboli da Zagarolo.

SalentOS: ram sessione live

Sfondo gentilmente offerto dal Salento (via Gabriele Letizia): basta così, altrimenti finisce che mi metto a parlare di vino, olio, sole e spiagge anziché di Pinguini (con la “P” maiuscola)!

SalentOS: Mammina!

Nulla da dire sull’installazione, eseguita dopo aver curiosato un po’ in giro, che procede senza problemi. L’installer è quello standard di Ubuntu: se funziona (e se non c’è necessità di richiedere ulteriori informazioni particolari) perché reinventare la ruota?

Certo, a tratti SalentOS è tutto sua madre 😉 Messaggio in codice ai giovani di SalentOS: s/Ubuntu/SalentOS/ Ci siamo capiti.


Installazione

Al primo avvio SalentOS mi saluta con un semplice Welcome Screen che richiede di impostare la password per l’utente root (scelta non usuale per le *buntu e derivate) ed i repository.

SalentOS_10_welcome

SalentOS: Welcome Screen

A proposito di repository, ricordo che questa è una delle novità più rilevanti introdotte in quest’ultima release: ai repo standard di Ubuntu si aggiunge repository.salentos.it che contiene… niente spoiler! Ne parliamo a breve.

Messo in opera e dopo un primo giretto di aggiornamenti, SalentOS si presenta così: leggero come ci si aspetta da Openbox senza troppi fronzoli aggiuntivi.

SalentOS_11_dati_install

SalentOS: informazioni post-installazione

Dicevo della novità dei repository propri, ed ecco uno degli strumenti che ci potete trovare dentro: il “SalentOS Update Center” è, come altri accessori “made in SalentO(S)”, una semplice interfaccia grafica verso l’amato (da me, almeno) terminale per effettuare le comuni operazioni di aggiornamento e pulizia cache dei pacchetti. In sostanza ciascun tasto della GUI “passa” un comando (ad esempio apt-get update) al terminale incorporato. Ho due remore, del tutto personali, verso questo tool: la prima è che i comandi apt-get per upgrade, dist-upgrade e autoremove sono passati con l’opzione “-y” (che accetta automaticamente l’esecuzione). Ho imparato a mie spese che è sempre meglio dare un’occhiata a quello che si sta per aggiornare o rimuovere. Ad ogni modo l’Update Center è d’aiuto ai meno esperti per tenere “in forma” il proprio sistema, pur essendo installato ed abilitato il gestore automatico degli aggiornamenti. La seconda è che le operazioni sono effettuate sfruttando l’utenza root, quando è sufficiente l’autenticazione con sudo dell’utente normale, inserito in /etc/sudoers (comportamento di default per Ubuntu).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Sulla stessa falsariga è costruito anche “PC info“/ “Inxi Gui” che presenta le diverse informazioni di sistema raccolte dallo script inxi (dai repo ufficiali). Chiude il terzetto dei comandi-CLI-truccati-da-GUI il Kernel Remover (elimina i pacchetti linux-image-* ed i corrispondenti linux-headers-*, ad eccezione dei due kernel più recenti). E sono botte da 100MB l’uno, eh! 🙂

Questo slideshow richiede JavaScript.

Non può mancare, se si vuole davvero semplificare la vita agli utenti, un aiuto per gestire il pannello tint2 ed i mirabolanti effetti di compton.

Il Tint2 Configuration Manager si occupa degli aspetti principali del pannello: l’aggiunta/rimozione/ordinamento dei launcher, i temi grafici, la posizione del pannello e l’autohide. La configurazione di dettaglio deve essere ancora gestita tramite tint2.rc (c’è una scorciatoia per questa operazione nel menu): si tratta tuttavia di aspetti che potrebbero non interessare tutti i livelli di utenza e, dunque, la loro esclusione dal tool grafico è coerente con gli obiettivi della distribuzione.

Compton, per solidarietà patriottica, è affidato allo script Python paranoid.py, originariamente concepito da Giuseppe “GsC_RuL3Z” Corti, ex membro del team di Semplice Linux, tanto per chiudere il cerchio di Linux “Made in Italy” 😀

Dulcis in fundo, nello splendore di uno screenshot multiplo rattoppato insieme con Gimp, ecco a voi il SalentOS Control Center! Tutto quanto descritto finora e altro ancora è raccolto in quest’unica finestra, insieme alle voci “classiche” degli strumenti nativi (o quasi!) di Openbox (obconf, obmenu, obkey, etc.). In alcuni casi (ad esempio per la voce “Modifica impostazioni Openbox”), i collegamenti richiamano semplicemente i relativi file da modificare nell’editor di testo, per un approccio old school.

SalentOS_16_Control_center_full

SalentOS: Control Center

Nel repository di SalentOS sono anche presenti, tra gli altri, DeaDBeeF (altrimenti disponibile da PPA), scelto come player audio della distro, yad e gtkdialog, software simili a zenity, con i quali sono costruite le finestre grafiche dei tool di SalentOS.


Conclusioni

Sarò brutalmente sincero: se SalentOS fosse stata solo Ubuntu + Openbox + un mucchietto di programmi, mi sarei tranquillamente risparmiato l’incomodo di provarla, bollandola come la solita, ennesima derivata di Ubuntu gettata nel mucchio. Tuttavia, proprio a partire da questa 14.04, le novità introdotte nella distribuzione mi hanno incuriosito a sufficienza per spingermi a farci un giro.

La scelta di Openbox è un compromesso tra flessibilità e limitato consumo di risorse, per un uso anche su hardware poco potente, ed una “curva di apprendimento” per la sua gestione che richiede un po’ di impegno, in assenza di strumenti nativi del WM stesso. Se, oltre a centrare il facile obiettivo della “leggerezza” del sistema, ci si vuole rivolgere anche all’utenza meno esperta come nel caso di SalentOS, è proprio questo il vuoto che si deve cercare di colmare.

Gli strumenti resi disponibili dai curatori della distribuzione sono semplici ma funzionali e vanno proprio in questa direzione; quando manca un tool per la scelta “guidata” delle opzioni, si presentano quantomeno i file da modificare. Angoli da smussare ce ne sono ancora, ovviamente, e rifiniture degli strumenti già presenti (insieme a qualche novità) sono in essere.

Quello che NO NO NO non mi piace per niente è quel “File manager – ROOT” in bella mostra in testa al menu programmi: ci andrei piano a rendere così facilmente disponibile l’utente root anche a chi, potenzialmente, non sa che enormi guai può combinare. Magari metti il collegamento un po’ più defilato nei sottomenu, magari non lo includi affatto e spieghi sul forum come aggiungerlo, con tutte le spiegazioni e le avvertenze del caso. Già avere un terminale aperto come root può essere pericoloso, peggio ancora il file manager, sicuramente più user-friendly per i neofiti e assolutamente devastante in caso di errori.

Come per l’Update Center segnalato sopra, a mio parere bisogna proporre agli utenti soluzioni solide e prudenti: chi è più esperto saprà decidere quali e quanti rischi prendersi, chi non lo è sarà più protetto da eventuali malfunzionamenti che non fanno bene alla reputazione della distro (sia “madre” che “figlia” 🙂 ).

In chiusura, mi fa piacere segnalare un aggiornamento dell’iniziativa con Sociale Network, di cui avevo scritto nell’intervista a Gabriele. I primi computer sono stati attrezzati con SalentOS e consegnati ed aspettano di rendersi (nuovamente) utili! Complimenti ai ragazzi del team per l’impegno nella sempre nobile causa di diffondere il Verbo del Pinguino!

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Informazioni su Man from Mars

https://extendedreality.wordpress.com/

  1. Mi sembra molto intrigante, conto di seguirvi e, se avrete la gentile pazienza di prestare attenzione anche a utenti non esperti come me, magari sarà dura ma resisterò. Al momento stò utilizzando UBUNTU 14.04 L.T.S. di cui non ho paura grazie al grandioso Prof. Antonio Cantaro e la sua squadre di geniali collaboratori che riescono a dare appoggio/assistenza con video guide e forum. Sono fra coloro che desiderano fortemente sganciarsi da microsoft e windows quindi …quindi forza e dateci dentro ma ricordate che chi vi segue non sono tutti addetti ai lavori. Grazie per quello che fate.

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