Serie in poche righe – S01E05 – Grazie Sir Arthur!

Riassunto delle puntate precedenti:

Se c’è un personaggio che continua ad essere riproposto ed adattato in tutte le salse ed in tutte le epoche questo è sicuramente l’investigatore per eccellenza, Sherlock Holmes. Il geniale deduttore, risolutore dei casi più strani ed apparentemente impossibili, dalla penna di sir Arthur Conan Doyle è passato innumerevoli volte sul piccolo e grande schermo, in alcuni casi in una trasposizione diretta delle storie originali, in altri casi come modello per i personaggi e le vicende raccontate.

Potevano mai gli autori delle serie TV farsi sfuggire un personaggio così famoso, di sicura presa sul pubblico e con un bagaglio di ottime storie pronte ad essere sfruttate? Certo che no! Ed ecco infatti alcune serie con protagonisti Sherlock e l’inseparabile Watson (o qualche loro variante).

Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

– Il segno dei quattro


Elementary

I misteri della Grande Mela

Prendi Sherlock Holmes e fanne un ex eroinomane, asociale e maniaco del proprio lavoro di detective. Aggiungi una dottoressa Watson (Lucy Liu), terapista per persone in riabilitazione da dipendenze da alcol e droghe, e l’immancabile Moriarty (cosa sarebbe un eroe senza la sua nemesi?).

Mischia il tutto e trasferiscilo a New York, città tipica per le ambientazioni crime, ed avrai una serie intelligente, movimentata e accattivante, che ti costringerà a vedere un episodio dopo l’altro.

Non ho letto abbastanza storie dello Sherlock di Doyle per dire cosa sia originale e cosa sia modificato dagli autori, ma è certo che il personaggio di Sherlock in questa serie è davvero intrigante.

La sua passata tossicodipendenza è un richiamo costante (lo stesso Sherlock di Doyle è dipendente dalla cocaina) nonché motivo di incontro con Watson, inizialmente sua consulente di riabilitazione, ed un cruccio del protagonista, che lucidamente ammette che drogarsi sia stata una sua debolezza. Uno dei pochissimi crucci, in realtà, la cui lista include in pratica solo i casi (temporaneamente) irrisolti.

Per il resto Sherlock è come te lo aspetti: intelligente, assolutamente pragmatico, dotato di capacità deduttive eccezionali unite ad una vastissima memoria, poco incline alle formalità. Molto curata ed appropriata, nell’interpretazione di Jonny Lee Miller (che è stato il biondo Sick Boy di “Trainspotting), è la mimica nevrotica di Sherlock, i gesti secchi ed il continuo movimento delle dita, segno dell’incessante lavorio della sua mente, e le posture rigide nelle situazioni di disagio (tipicamente, le relazioni interpersonali che necessitino di un minimo di trasporto!).

Watson gli fa da contraltare, mostrandosi più empatica ed attenta ai rapporti umani, caratteristiche che si uniscono ad ottime doti da investigatrice: i due si equilibrano e si rendono migliori a vicenda. Watson trova la propria strada come detective con Sherlock e Sherlock ha accanto una persona che lo aiuta a smussare qualche suo “spigolo” ed a relazionarsi con il resto del mondo.

Giudizio finale: “Elementare, cari i miei quattro lettori”: la visione di questo Sherlock, classico con una spruzzata di novità (per esempio il frequente uso degli smartphone per ricercare informazioni e fotografare le scene del crimine), è consigliatissima!


Sherlock

“Quasi” come l’originale

Se cercate uno Sherlock più “classico”, immancabilmente londinese e residente al 221B di Baker Street, la risposta è… “Sherlock“. Ambientata nella Londra di oggi, questa serie punta su episodi più lunghi (dei mini-film da circa un’ora e mezza) per dare spazio non solo al caso da risolvere ma anche alla vita privata dei protagonisti ed al rapporto di amicizia e rispetto che tra di loro si instaura.

Relazionarsi da pari con gli altri non è pero atteggiamento che appartiene a Sherlock, che vive in una sorta di isolamento affettivo autoimposto. Niente relazioni amorose, rapporto ridotto al minimo indispensabile con il fratello Mycroft (peraltro importante funzionario dei servizi segreti di Sua Maestà), minime dimostrazioni di affetto e stima verso lo stesso Watson (ma è solo apparenza), il resto del mondo considerato solo in quanto generatore di enigmi da risolvere.

Sherlock raggiunge il massimo dell’astrazione dalla realtà quando si inoltra nel proprio “palazzo mentale”: per attingere alla vastissima collezione di informazioni della sua eccezionale memoria, il grande investigatore si concentra intensamente immaginandosi all’interno di un ideale edificio nelle cui stanze egli ha attentamente catalogato tutte le informazioni e le conoscenze acquisite. Così, girando di stanza in stanza, di scaffale in scaffale, ritrova quei piccoli indizi che riuscirà a mettere insieme per risolvere, inevitabilmente e brillantemente, l’ultimo caso.

Giudizio finale: , e potrei non aggiungere altro! Questo Sherlock lo ho amato, per la qualità delle storie ed anche per la durata degli episodi, che dà il tempo allo spettatore di coinvolgersi maggiormente. Il protagonista Benedict Cumberbatch rende qui un’ottima interpretazione che gli è valsa, giustamente, un numero di altri ruoli in recenti ed importanti film. Il cattivone classico Kahn in “Star Trek: Into Darkness” è il primo della serie, altri ruoli si vociferano per l’immediato futuro.

Non voglio dimenticare Martin Freeman (pure lui con una notevole carriera già alle spalle, visto di recente ne “Lo Hobbit”), che sa farsi valere come co-protagonista, malgrado l’ingombrante presenza di un protagonista come Sherlock Holmes.


Dr House – Medical Division

“È lupus!”

Fin dalle primissime puntate un’idea mi ha catturato e non è più andata via: il dottor Gregory House, medico di eccezionale bravura, è la trasposizione di Sherlock Holmes. A distanza di anni, le brevi ricerche fatte per scrivere queste righe hanno confermato pienamente la mia impressione iniziale.

Gli elementi a supporto di questa idea c’erano tutti: House è geniale nel suo lavoro (ed arrogante nella convinzione delle sue diagnosi), misantropo, afflitto da una dipendenza (Vicodin!), ossessionato dalla risoluzione dei casi che gli vengono sottoposti ed ha un solo amico, il dottor Wats …ehm… Wilson.

Il lapsus non è casuale, perché anche la scelta dei nomi secondo me è stata fatta per assonanza (Holmes diventa House, Watson, con una minima variazione, diventa Wilson) con gli originali. Wilson, controparte di House, è ancora una volta un personaggio intelligente, più razionale dell’amico/collega, capace di rapportarsi con il prossimo.

La realtà in cui i due personaggi sono calati (un prestigioso – e ricco! – ospedale universitario) crea poi la storia e le storie specifiche, le relazioni personali e professionali, le vite private sempre scandite dai lunghi turni di ambulatorio.

House porta in sé un desiderio inespresso (o mal espresso) di affetto, di amore, tanta sofferenza, fisica e psicologica, che sembra voler far patire anche a chi gli sta intorno.

House è un despota, insopportabile, capace di attacchi personali e professionali eppure è il più ambito dottore con cui fare il tirocinio perché, semplicemente, è il migliore nel suo campo.

House è ironico, cinico a livelli insuperabili, incurante dei pazienti in quanto persone ed interessato esclusivamente alla loro misteriosa e inspiegabile condizione medica (che non dipende mai dal lupus).

Giudizio finale: Se il genere medical vi piace non potete non aver visto House, dunque non penso di doverlo consigliare. Quello che consiglio invece è di rivederne qualche puntata cercando lo Sherlock che scopre malattie anziché assassini (il che, a ben guardare, non è tanto diverso).


Perception

dasd

Altra variazione sul tema, questa volta più alla lontana, è quella di “Perception“, serie che ha per protagonista il dottor Daniel Pierce (Eric McCormack), neuroscienziato eccellente e – ironicamente – un tantinello schizofrenico e paranoico.

Il dott. Pierce (il nostro “Sherlock”), sempre un po’ arruffato, collabora con l’FBI alla risoluzione di casi ovviamente ingarbugliati e dai risvolti inaspettati, sfruttando le sue capacità deduttive (eccolo!) e le sue conoscenze professionali. A fargli da spalla e da tramite con il Bureau è l’agente Kate Moretti (Rachel Leigh Cook), sua ex studentessa ora zelante ed impeccabile agente federale in tailleur.

Sherlock e Watson ci sono, restano da trovare le droghe (o simili) ed i problemi affettivi: niente di più facile.

Il dott. Pierce rifiuta di accettare la propria malattia e di curarsi con i farmaci appropriati (quindi qui abbiamo un in-dipendenza, contrariamente a quanto visto finora). Senza i farmaci, tuttavia, Daniel è continuamente soggetto ad allucinazioni in cui vede personaggi che lo guidano nella comprensione del caso a cui collabora. Il suo inconscio gli suggerisce cioè una direzione da seguire, un elemento importante e decisivo da considerare per la risoluzione delle indagini, tramite una presenza immaginaria, spesso un po’ fuori contesto, con cui dialogare. Non sempre, tuttavia, Daniel è immediatamente consapevole di essere di fronte ad un’allucinazione, con conseguente sorpresa (per così dire…) dei propri amici.

La sua condizione mentale è poi fonte di problemi anche affettivi/amorosi (relazioni incasinate: trovate!): malgrado il suo fascino Daniel è fondamentalmente instabile, a volte tanto preso dai propri deliri paranoici da spaventare chi gli sta accanto. A differenza degli altri “Sherlock”, però, Daniel soffre la mancanza (e SPOILER la perdita /SPOILER) di una relazione amorosa: per fortuna gli amici gli sono sempre vicini per sostenerlo e proteggerlo nei suoi momenti di maggior debolezza.

Giudizio finale: Perception è una serie ben equilibrata tra azione e racconto delle vite dei personaggi. Daniel Pierce è un personaggio fragile ed affascinante: le lezioni, “in tema” con l’episodio, aprono e chiudono il racconto davanti ad una platea di studenti completamente rapiti dal suo carisma, ben reso da Eric McCormack. Kate Moretti è un punto d’appoggio e di lucidità per Daniel, a cui non fa mai mancare la sua stima e fiducia (ed ammirazione e… una leggera cottarella…). L’interpretazione di Rachel Cook non è sempre all’altezza della situazione, per l’espressività non troppo varia: più o meno ci sono la posa “1” (occhietto sgranato) e la posa “2” (occhietto un po’ meno sgranato).


Sherlock è il detective per antonomasia e continuerà ad ispirare tanti personaggi. Persino Umberto Eco ne “Il nome della Rosa” ha pensato di sfruttarne la fama, così riconoscibile, con il protagonista Guglielmo di Baskerville (come “Il mastino dei Baskerville”). Le capacità investigative di Guglielmo dipanano i misteri degli omicidi in un monastero benedettino in cui il frate, con il suo discepolo Adso (Watson / Adso, l’assonanza è evidente) si trova per partecipare ad un incontro tra alte autorità della Chiesa dell’epoca.

D’ora in poi, non appena vedrete una coppia detective  – assistente, potrete fare a meno di pensare che si tratti dell’ennesima variazione sul tema “Sherlock & Watson”? Certo che no, è elementare!

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https://extendedreality.wordpress.com/

  1. obo

    Sono tutte bellissime *_* se dovessi fare una mia scaletta: Sherlock, Dr. House, Perception, Elementary

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    • Di solito non faccio classifiche però Elementary ultima no! Anche se il (la) Watson di Lucy Liu mi piace meno di quello di Martin Freeman, ma più di Kate Moretti di Perception. Wilson fuori concorso, perché comunque ha un ruolo leggermente diverso. Insomma, un casino! Adesso capisci perché non faccio classifiche? 🙂

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