Psicologia della pantofola

Fonte: Wikimedia Commons

Ho incontrato durante le feste natalizie due amici, M. e S., a casa di quest’ultimo. Conosco entrambi da più di vent’anni: posso, con una certa tranquillità, dire che siamo “abbastanza” in confidenza. Questo concetto per me ha molte implicazioni: abbiamo condiviso esperienze di vita sia belle che brutte, siamo cresciuti insieme diventando uomini da ragazzini che eravamo, ci siamo reciprocamente concessi e guadagnati la libertà dai formalismi. Segnatevi questa parolina: libertà.

Mentre io e S. siamo piuttosto essenziali in quanto ad abbigliamento, pur senza essere sciatti, M. è un po’ più vanitoso e con una predilezione per certi dettagli dandy. Parlando di regali natalizi, ho provocato M. rivelandogli con orgoglio di aver ricevuto un capino haute couture che desideravo da tempo: una vestaglia di pile. Chiamatela “giacca da camera” se preferite, o non chiamatela affatto: fatti vostri. Il punto è che desideravo un caldo bozzolo che mi avvolgesse durante le mie notti in giro per la Rete ed al risveglio nel freddo del mattino; è comoda, è calda, è morbida, la volevo. Punto. Discussione chiusa. Non per M. che, pur scherzando, è rimasto sconvolto dalla mia scelta (e forse anche dalla mia convinta felicità di neo-vestagliato).

«Ma potevi prenderne una, chessò, magari di seta!» esclama, ferito nello stile più che nell’orgoglio. «Ecchecca**o ce faccio cu ‘na vestaglia ‘e seta? Mi atteggio a Oscar Wilde della Sanità? Io ho freddo!». La mia risposta l’ha fatto andare via levando gli occhi al cielo. Io mi aspettavo la sua reazione, ed anche lui la mia.

La serata è poi proseguita (anche) su altri temi ma, durante questo breve scambio, ho notato un piccolo particolare: S. aveva le pantofole. Assolutamente legittimo ed adeguato visto che a) ci conosciamo da un bel pezzo di vita, e b) è a casa sua.

Finito il preambolo la considerazione che ho fatto è stata la seguente: se mettersi in tiro vuol essere un modo per mostrarsi ed affermarsi, allora la pantofola funziona mille volte meglio.

Eh già, perché le pantofole di S. gridano forte: “Qui comando io, sono il padrone di casa e faccio quello che voglio”. È un’affermazione nettissima del proprio ruolo e del proprio potere, ma soprattutto un’affermazione di libertà verso i propri amici. Quelle pantofole dicono che S. è a proprio agio ad accoglierci come persone di famiglia, senza alcun bisogno di imporre una formalità all’incontro. E se il rapporto sussiste senza forma, vuol dire che è tutto sostanza, è tutta vera comunicazione immediata.

Preoccuparsi invece, come M., di essere “a posto” (almeno in questa particolare occasione) significa essere schiavi di se stessi. Sentire la necessità di presentarsi vestito a puntino a me, che sfoggerei volentieri la suddetta vestaglia, o a S. nello splendore delle sue pantofole, è un atto di autocompiacimento e nient’altro. Dovrebbe sapere M., ed infatti lo sa, che un vestito elegante non mi ha mai impressionato e non comincerà ad impressionarmi ora. In ultima analisi quindi M. non ha un bel vestito “per me” ma per sé stesso. Ecco: M. è schiavo di sé stesso e della sua volontà di apparire.

Per fortuna questo non toglie niente all’amicizia che ci lega, fa solo parte del pacchetto insieme a tutte le stranezze e le spigolosità che ognuno di noi ha e con le quali abbiamo imparato a convivere.

Non so se questo discorso abbia un capo e una coda, se non sia solo un pippone pretenzioso pericolosamente vicino al confine della sega mentale; so che volevo parlare (scrivere) di questo piccolo episodio per darmi l’occasione di rifletterci su. Fatto. E adesso tutti fuori di qui, che c’è di meglio da fare in giro, persino sull’Internètte.

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  1. Scappo subito. Mi tolgo le ciabatte e vado 🙂

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  2. Io altro che pantofole… 😀

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  3. Io ho i calzini antiscivolo! 😛

    Cmq, hai scritto: “Preoccuparsi invece, come M., di essere “a posto” (almeno in questa particolare occasione) significa essere schiavi di se stessi.” e’ una cosa che penso da un pezzo. Certe cose devono essere un piacere, non un “dovere”. Mi e’ capitato di vedere gente che andava a fare trekking con un abbigliamento che sarebbe stato bene anche la domenica pomeriggio nella camminata lungo il Corso. Essere a posto e’ OK, ma il limite fra essere a posto ed essere ridicoli e’ una linea moooooooolto sottile 🙂

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    • Mi fa piacere che questo concetto sia passato così come lo intendevo. L’importante è essere adeguati al contesto: si può e spesso si deve scegliere un abbigliamento più formale, elegante e ricercato, fa anche piacere essere un po’ vanitosi 🙂 ogni tanto. Fermo restando il libero arbitrio, è l’imporsi questo dovere a prescindere dalla situazione che non è sano.
      Il ridicolo è un altro aspetto, soprattutto per chi non ha gusto e segue solo le mode del momento. In quel caso c’è più che altro una sovrabbondanza di vestiti, accessori (e anche atteggiamenti!) da ostentare, senza giudicare se stiano bene insieme o se siano adatti anche al fisico.
      In questo senso le magliette aderenti sono il male dell’umanità: ne ho viste di panze strabordanti sotto t-shirt all’ultima moda!

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      • Non mi parlare di panze strabordanti, che mi vengono immediatamente in mente i sederi che “sporgono” da pantaloni troppo corti!!! E ti posso dire che in piena estate, se l’igiene intima delle persone non e’ piu’ che perfetta…………. SI SENTE!!! E non e’ un bel sentire 😉

        E non parliamo del resto !

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      • Dimenticavo!
        Quelle stesse persone delle buzze e dei fondo schiena, sono le prime a parlare di “buon gusto”, di “consapevolezza di sè”, di “autoespressione”, di vera “essenza dell’io” ed altre cose del genere.
        Pero’, non ci prendiamo in giro: il cattivo gusto e la mancanza di igiene, per non parlare della mancanza di rispetto degli altri, RESTA, nonostante le belle parole.
        E qui mi fermo, che non vorrei trascendere!

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        • Ecco, grazie, che già ho dovuto farmi forza per non pensare a quante me ne sono capitate *sotto il naso* di queste avventure. 😯
          Sull’abbigliamento assolutamente ridicolo di questi ultimi dieci anni almeno ci sarebbe da dire parecchio. Ho sempre avuto l’idea di scattare qualche foto al volo per strada alla gente conciata peggio per farne una “galleria degli orrori”. Devo solo trovare il modo di farlo senza essere beccato…

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          • teleobiettivo ?
            Macchinetta fotografica con lo zoom al massimo ?
            Poi ho una ideouccia su come mettere un prisma di fronte ad un obbiettivo standard in modo da ruotare il campo di visione di 90° … 😉
            discutiamone gh gh gh gh gh gh gh 😀

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            • Io pensavo più a qualcosa del tipo “Fingo di pasticciare col telefono e scatto una foto”, non voglio diventare uno stalker! 😀
              Non sono sicuro che prisma e teleobiettivo rientrino nella categoria “Cose da usare per fotografare senza dare nell’occhio”…

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  4. Scugnizzo

    In queste occasioni il sentirsi “a posto” è solo per se stessi, sono d’accordo con te.
    Pensa che io, in queste festività napoletane, andando a casa di un amico mi son fatto dare un paio di pantofole sue…accussì sto proprio a’ guerr!!….fra amici, rilassato come sempre dovrebbe essere 🙂

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    • Uagliò, dopo questo meraviglioso aneddoto ti prometto che, se mai dovessimo fondare un “Club della paposcia” (la pantofola, non l’altra accezione tipicamente napoletana 😉 ) tu saresti presidente onorario!

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  5. E’ evidente che chi ha un’eccessiva ricercatezza sull’abbigliamento lo faccia per se stesso e per autocompiacimento. Forse è perché sono femmina ma mi sfugge cosa possa esserci di male o di negativo in questo aspetto. Il concetto di rilassarsi in compagnia degli altri è totalmente soggettivo. Io sto scalza e mi siedo per terra in casa di amici perché mi sento completamente a mio agio e stare a mio agio significa questo per me. Secondo me il tuo amico sta in casa sua come sta quando è con voi è solo il concetto di relax che è diverso per te e per lui. Essere informali non vuol necessariamente dire essere ‘semplici’, se capisci cosa intendo. Io, ad esempio, non sopporto di mangiare senza apparecchiare di tutto punto pur mangiando da sola. Per me un pasto si consuma con una certa etichetta, da soli o in compagnia. Ma non significa che non sia a mio agio o non mi senta libera per questo! Semplicemente detesto tovagliette, tovaglioli di carta o piatti di plastica. Ma non penso che una tovaglia o un calice per il vino limitino la mia libertà. Penso che sia, semplicemente, questione di gusti ed abitudini. L’autocompiacimento è ovvio ma lo trovo logico inserito in questo contesto.

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    • Certo è una questione soggettiva, enorme e con molte sfaccettature. Sarà perché io sono abbastanza agli antipodi rispetto a questo tipo di comportamenti, nel senso che sono concentrato molto su me stesso e non su come gli altri mi vedono. Quello che mi sembra strano è che ci si debba “cristallizare” su un certo modo di presentarsi, senza lasciarsi mai andare. Possiamo stare qui a disquisire dei limiti delle nostre considerazioni ed a smussare gli spigoli di qualche definizione troppo netta ma sostanzialmente esprimiamo la stessa idea a partire da punti di vista diversi.

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  6. Bello il disegnino! Ma quanto sei nerd! Come sempre, del resto 😉

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    • Ingegnere, prima che nerd, s’il vous plait. O nerd ingegnere, se preferisci. 😀 T’è piaciuto ‘sto mix di psicologia e disegno meccanico? Lo chiamerò “psico-ingegneria”, ci scriverò dei libri, farò tanti soldi e comprerò una fabbrica di pantofole. Eh?

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      • Eh lo sapevo che dovevo dirti che sei geek e non nerd! Le parole sono importanti, come dice il buon Moretti. Comunque i libri di psico-ingegneria mi sembrano un’ottima idea per spremere grana ai citrulli. Approvo alla grande 😉

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