“Pino Daniele – Sotto ‘o sole” ovvero la musica come rifugio

Forse perché il sole alla fine sta cedendo il passo ad un tempo più coerente con la data sul calendario, non riesco a togliermi dalla testa la splendida canzone “Sotto ‘o sole” di Pino Daniele, scritta quando era ancora “Pino Daniele”. Chi lo conosce da più di qualche anno sa di cosa parlo e scommetto che è anche d’accordo. Ad ogni modo, da giorni non riesco a smettere di canticchiare la delicata bossa nova dell’introduzione e i primi versi:

E sotto o’ sole vene
e se ne va
e saglie sulamente a’ voglia ‘e jastemmà

In realtà questo brano è di poche parole: il “lavoro” è tutto affidato alla melodia carezzevole, condita con un ritmo latino che le dà un bel movimento.

Cedo quindi all’insistenza e vado a risentirmi (sarà la centesima volta?) tutto l’album omonimo, una perla che in poco più di 35 minuti (quando si dice che la qualità non è sinonimo di quantità) racchiude dieci-brani-dieci.

Lista tracce:

  1. Saglie saglie (2:58)
  2. Quando (3:36)
  3. Maronna mia (4:05)
  4. Voglio di più (3:58)
  5. Sotto ‘o sole (4:06)
  6. Cammina cammina (2:32)
  7. ‘O ssaje comme fa ‘o core (3:56)
  8. Chi tene ‘o mare (4:07)
  9. Donna Cuncetta (4:07)
  10. Viento (2:17)

Come se non bastasse Pino Daniele da solo, qui c”è anche Massimo Troisi che duetta in “Saglie saglie”, la stessa “Sotto ‘o sole” e “‘O ssaje comme fa ‘o core”, regalandoci dei testi, scritti da lui stesso, di una tale sensibilità e verità che difficilmente non se ne può rimanere rapiti.

Ma non è dell’album che voglio parlare, se non per consigliarne l’ascolto (anche ai non “napoletanofoni”): il merito che questo disco ha avuto in quest’occasione specifica è stato di ricordarmi un discorso fatto qualche tempo fa con un amico appassionato divoratore di note.

Il senso della chiacchierata, fatta per strada, in totale libertà di pensiero, movimento e associazioni mentali, ha in sé la potenza delle cose semplici: ciò che si sceglie di ascoltare in un determinato momento è frutto del proprio stato d’animo e risponde ad un bisogno. Non è semplicemente e banalmente una questione di genere musicale.

Conosco bene gli album di Pino Daniele, li ascolto spesso e sempre con piacere: per me questa è musica amica, ben nota (!), sulla quale posso appoggiarmi e rilassarmi. Per me la musica di Pino Daniele è un divano!

Ma sono un comodo divano anche i Police, gli AC/DC, i Led Zeppelin, Vinicio Capossela, a tratti persino i Dream Theater e tanti altri ancora, a dimostrazione del fatto che una buona musica mi può toccare con un assolo di chitarra distorta tanto quanto con una pizzicata di mandolino. Questi stessi passaggi musicali, così diversi, risponderanno comunque alla mia esigenza di sentirmi avvolto, sostenuto, persino confortato.

Canticchiare un motivetto, quasi automaticamente, dedicandosi a tutt’altro: per farlo devo conoscerlo bene, sapere da dove parte e dove arriva. Sapere anche quale canzone verrà dopo quella che sto ascoltando. Noioso? Prevedibile? No: liberatorio!

Abbandonarsi ai suoni, non aver bisogno di prestar loro attenzione eppure sentirli profondamente, fisicamente quasi: rifugiarsi, appunto, in un luogo musicale familiare.

E ora invece, dove sono seduto? Su uno sgabello alto, piccolo e traballante, di quelli dei bar, appoggiato su canzoni a me quasi sconosciute suggeritemi da altri amici. Ci sto scomodo, devo stare attento a non cadere, cambio spesso posizione cercando un po’ di comfort, mi alzo e mi risiedo cento volte: adesso è così che deve essere, adesso è di questo che ho bisogno.

Sto scoprendo l’elettronica dei Daft Punk, i Creed (che scimmiottano i Pearl Jam, come osano!), qualche orrendo pezzo hip hop saltato fuori da una misconosciuta compilation ed in mezzo a questi c’è ancora spazio per lasciare che si intrufoli di soppiatto l’etereo “Canone” di Johann Pachelbel: almeno questo maledetto trespolo ha un po’ di imbottitura!

Stasera magari, stanco della giornata, tirerò fuori un disco di jazz vecchissimo, mi siederò su un divano vero e mi farò raccontare una struggente storia d’amore da Ella Fitzgerald.

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Informazioni su Man from Mars

https://extendedreality.wordpress.com/

  1. Ralph Magpie

    Su zio Pino sono d’accordo a 100. Credo che questo CD sia stato l’ultimo del “vecchio” Pino che poi è degenerato nella musica pop di bassa lega.
    In particolare quella che più mi piace dell’album è Chi tene ‘o mare, poche parole ed una musicalità senza confronti.
    Poi per quanto riguarda la “sicurezza” del pezzo noto, vale sempre la vecchia regola che applico su tutto.
    In ogni campo quando si inizia una nuova attività applicare il 70-30: 70 di cose note e 30 di nuove.Se non vuoi rischiare 80-20
    Ti consiglio un sito

    http://rateyourmusic.com/customchart

    fonte di nuove ispirazioni

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  2. Doverosa premessa sulla musica napoletana (so che rischio il linciaggio da queste parti…): non riesco a farmela piacere. Come ho detto in un’altra occasione ho cominciato ad apprezzarla con Nino D’Angelo alla fine degli anni 90 o giù di lì. Però ammetto che è sempre stato un interesse marginale mai accompagnato da un serio approfondimento.
    Detto questo capisco perfettamente il concetto di musica come rifugio. Trovare sicurezza in una musica che conosci e che ti scalda l’anima è una cosa davvero rassicurante. E sono d’accordo anche quando dici che la buona musica può toccare con un assolo di chitarra distorta tanto quanto con una pizzicata di mandolino (cit.), basta pensare che per me, non sempre, ma a volte questo è rassicurante pur essendo quanto di più distante possa concepire dalla musica che solitamente mi piace!
    P.s. Ma lo sai che gli AC/DC sono uno dei gruppi preferiti di Stephen King?

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  3. Ops… Il mio commento è in attesa di moderazione. Sarà mica perché ho detto che mi piace Marilyn Manson? Ah, no, deve essere perché ho detto che non riesco a farmi piacere la musica napoletana…

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    • In effetti sarebbe stato un buon motivo…
      [Supporto WordPress]Più banalmente un commento contenente almeno 2 link (il numero è configurabile) viene automaticamente messo in coda di moderazione, anche se proviene da una fonte già approvata.[/Supporto WordPress]
      Comunque ti consiglierei di prestare un orecchio ad un po’ di musica d’autore napoletana: ne vale la pena. Tra me e soprattutto lo zio Ralph non hai che da chiedere.
      Comincia con zio Pino e facci sapere…
      A quanti “zii” siamo arrivati? 😀

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  4. Rigel

    …qua solo le ZIEE non sono ammesse! 😛

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  5. Dopo aver letto questo tuo post, è ufficiale che entri di diritto fra i miei ‘numeri uno’ e mi trovo qui un angoletto per piantare i picchetti della mia tendina. Sono genovese e vado all’antica, la Quechua che si monta in un sol gesto, costa troppo e non è funzionale. 😀
    Parli di musica e arrivo come un lupo famelico.
    Innanzitutto, perchè ho nostalgia del ‘vecchio’ Pino Daniele e trovo che il disco da te citato sia uno dei suoi lavori migliori.
    Del resto ho nostalgia anche di altri ‘vecchi’ come può essere anche un Venditti, che per me si è fermato a: ‘Sotto il segno dei pesci’.
    Musicalmente sono onnivora, ma fondamentalmente nostalgica e quindi certi prodotti nuovi, un po’ mi spiazzano e faticano a conquistarmi. Fuggo dalle emittenti troppo commerciali che propinano unz-unz-unz o ancor peggio i mostri generati dalla Maria nazionale, che sfornano dischi a velocità supersonica al peggio dei conigli in batteria.
    Mi rifugio invece nell’amarcord che solo un determinato giro di basso o un accordo di chitarra può generare, quella rullata di batteria che fa vibrare dentro, magari una voce un po’ graffiante che s’aggrappa all’anima e ne fa brandelli per poi plasmarla di nuovo come plastilina e te la rigenera.
    Hai parlato di Police, Pearl Jam, e mi è tornato il sorriso.
    Oggi anche per me, poltrona e Musica con la maiuscola. 🙂

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    • Grazie per l’apprezzamento. La piazzola è tutta tua, con tanto di acqua ed attacco per l’elettricità! Le docce sono a destra, in fondo al viale.
      Parlando di musica vecchia e nuova, anch’io sono piuttosto onnivoro, ma fatico decisamente a trovare qualcosa di buono nelle produzioni più recenti. Non dico canzoni memorabili, ma almeno canzoni che mi venga voglia di riascoltare e che non servano solo a coprire i rumori del traffico mentre sono per strada. Gli “artisti” più recenti, nati per gemmazione dagli innumerevoli “talent show”, sembrano fatti apposta per essere usa-e-getta, con i loro dischi spinti solo dall’onda di momentanea notorietà. I miei delicatissimi padiglioni auricolari hanno subito fin troppi colpi da questi cantanti sintetici (ahimè, non nel senso che cantino poco!).
      Fatico anche, ma di questo sono contento, a definire il mio gruppo o il mio disco preferito perché ognuno ha un’attrattiva, una peculiarità che lo distingue e me lo fa apprezzare. Eh, dico, a casa propria si potrà decidere di avere più di un divano, no? 🙂

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  6. La definizione: ‘cantanti sintetici’ calza a pennello, io per principio ho smesso da tempo di ascoltare RTL privilegiando R101, perchè quando ascolto la radio, voglio emozionarmi ancora e non subire.
    Pure io come te non saprei definire con certezza il mio gruppo o cantante preferito, perchè ne ho più di uno e se ne nomino uno, mi pare di fare un torto agli altri.
    Con tutti ‘sti divani, andrà a finire che ci toccherà comprare una casa più grande :mrgreen:

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  7. Pingback: Noccioline, pinguini e correnti australiane « Extended Reality

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